Il tartufo, musa insostituibile per Lord Byron

Simbolo romantico per eccellenza Lord Byron, o meglio George
Gordon, ha lasciato una forte influenza non solo in Patria, ma nell’intero continente.
Merito? Oltre alla sua inarrivabile capacità artistica, una vita dissoluta, probabilmente eredità del padre, John Byron, non per nulla soprannominato “Jack il Pazzo” (Mad Jack), protagonista di un’esistenza sempre fuori dagli schemi, che lo vedrà sperperare gli averi delle due mogli.

Nonostante l’appartenenza all’aristocrazia britannica, però, il celebre poeta inglese si porrà sempre, soprattutto nelle sue opere, come paladino dei più deboli, tenace oppositore di diseguaglianze, privilegi e vizi della classe nobiliare. Byron è animato, nonostante lo spirito anticonformista e trasgressivo che ne segnerà l’intera esistenza, da valori, potremmo dire, fortemente attuali, quali un rispetto assoluto per natura e animali, la consapevolezza dell’importanza della libertà di popoli e nazioni, l’assoluta
intransigenza nei confronti di disonestà, ipocrisia e ignoranza.

Una fama, come sottolineeranno i suoi maggiori studiosi, talmente grande da prescindere dalla sua
stessa produzione artistica, il cui apice arriverà dopo un suo profondo peregrinare nel nostro Paese per
ben 3 anni, che lo vedrà transitare per Pisa, Genova, Ravenna e Venezia, città quest’ultima dove vedrà
la luce il suo capolavoro più grande, il Don Giovanni.

Oltre all’enigmatico paesaggio di Ca’zen, la villa lagunare dove soggiornò a fianco della amata Teresa,
ad ispirarlo oltre alle bellezze italiche e l’amore, anche l’inconfondibile aroma dei
tartufi, che, vuole la tradizione, conservasse sempre fresco sulla scrivania, in quanto
ne stimolava la creatività.
E, non per nulla, il tartufo sembra quasi simboleggiarne un’esistenza sempre in bilico tra una profonda
spiritualità e l’inferno( non mancarono le sue opere avvicinate al Male), proprio come il più famoso fungo del Pianeta, nel Medio Evo, talvolta, considerato una sorta di alimento diabolico quanto licenzioso.

Un amore, e non solo a tavola, per il tartufo che discende dalla sua stessa natura, visto come nasca nel
buio della terra, cresca misteriosamente celato agli occhi dei viventi, a contatto con gli inferi, ma grazie
all’energia colta dalla Terra, al contempo, simbolo di vita, di luce e rinascita.
Una profonda ammirazione che si coglie dai suoi stessi versi:

Vi è un piacere nei boschi inesplorati

Vi è un piacere nei boschi inesplorati

e un’estasi nelle spiagge deserte,

vi è una compagnia che nessuno può turbare

presso il mare profondo,

e una musica nel suo ruggito;

non amo meno l’uomo ma di più la natura

dopo questi colloqui dove fuggo

da quel che sono o prima sono stato

per confondermi con l’universo e lì sentire

ciò che mai posso esprimere

nè del tutto celare.