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Asti

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Origini storiche

  • Le origini

Nonostante molti ne riconducano l’origine ai Romani, quando veniva identificata come il centro di Hasta Pompeia, in realtà i primi ad abitare queste incantevoli terre furono i Liguri. Più precisamente gli storici concordano sul fatto che le popolazioni stanziate originariamente nel sud-Piemonte provenivano, percorrendo le vie dall’acqua, in parte dalla Provenza ( successivamente per poi fondersi con i Celti) ed i villanoviani-etruschi, invece, che nell’VIII sec. a.c. la raggiunsero, arrivando da sud.
Il primo incontro con la potenza romana avverrà solamente nel corso delle guerre puniche, quando le Alpi ospitarono la calata delle truppe di Annibale, e i popoli liguri-celti si schierarono  a fianco dei Cartaginesi, e, dove Roma annetteva territori, spesso esercitando una fiera resistenza.
Una resistenza ancora oggi testimoniata dal termine  Vallarone ( in latino vallis latronum) cioè valle dei banditi, poiché nelle valli che correvano parallele alle grandi strade romane, trovavano rifugio bande di partigiani o ladri che prendevano di mira i convogli di vettovagliamenti diretti alle guarnigioni romane.
Una resistenza quella dei locali che, sfruttando la morfologia di Piemonte e Valle d’Aosta del tempo caratterizzata da foreste millenarie (dove sorgevano pochi villaggi realizzati da abitazioni lacustri su palafitte o, sulla terraferma, ma di norma sempre su alture visto che le pianure erano ancora umide e acquitrinose, da insiemi di capanne), incendiandone buona parte, per poi deportare in massa chi catturato, sui rilievi abruzzesi ( 180 a.C.).

  • Toponomastica astigiana

Come premettevamo, nonostante usi e costumi comuni, i Liguri-Celti che popolavano l’antico Piemonte, rappresentavano diversi nuclei.
Più precisamente alto Monferrato e sulle rive di Tanaro e Bormida troviamo gli Statielli, bella zona tra Bormida e Po vivevano i Vagienni, tra Stura ed Orco ecco i Venoni, in val Bormida gli Eburiati, mentre nella zona del novese e acquese gli Ingauni.
Non sorprende, quindi, come i nomi degli abitati della zona riflettano questo potpourri di popolazioni: i centri che finiscono in -ASCO, come Revigliasco, di norma sono di origine ligure; qualora finiscano in ATE ( Bramairate), AGO e IGO sottendono una fondazione celta, in ANGO, INGO o ENGO ( come Aramengo, Scurzoloengo) tradiscono una origine germanica e, infine, come Calliano, Albugnano, se terminano in ANO, ANA sono di matrice romana.

  • Il periodo romano

Terre in cui si coltivava dell’ottima vite e ulivi ( ve ne sono ancora coltivazioni nella zona di Pino d’Asti), ma anche ricca di allevamenti di bestiame, con conseguente lavorazione e conservazione della carne per la produzione di formaggi eccellenti, di botteghe specializzate nella lavorazione di ceramiche, legno e vetro, favorevole alla caccia e alla relativa concia di pellicce, naturalmente non poteva solleticare gli appetiti dell’Impero romano.
E così, a seguito della battaglia del 174 a.C. di Caristo d’Acqui, con la quale sconfissero gli Statielli, l’aquila imperiale capitolina iniziò a sventolare anche in Piemonte.
La presenza stabile dei Romani, ovviamente, rendeva necessario disporre di un castra (una sorta di accampamento fisso e fortificato) e la scelta, per via della sua posizione geografica, ricadde su Asti, per un centro funzionale al controllo dei passi alpini e appenninici e utile come tappa di sosta per un traffico militare sempre più intenso. Sarà proprio questo a determinare la nascita di numerose locande ed osterie, adibite al ristoro dei soldati e dei numerosi viaggiatori ( si, già allora) in transito da e per le Gallie.
Così come per tutti gli altri analoghi insediamenti militari, anche Asti finì per esercitare una forte attrazione per una moltitudine di attività commerciali, assumendo il titolo di colonia nell’89 a.C. e, soli 40 anni dopo, acquisendo la facoltà di riscossione di tributi. Il nuovo centro venne battezzato, dal nome del console Cneo Pompeo Strabone, Asta Pompeia.
Secondo gli storici sede del comando militare il Castello dei Valloni( nei pressi dell’attuale Duomo), per un’amministrazione cittadine che veniva demandata a : una coppia di magistrati (duoviro) per le questioni civili, un preside della provincia per quelle penali e 6 togati, detti i serviri, per ciò che concerneva l’organizzazione e gestione di feste, giochi e culto.
Relativamente a quest’ultimo aspetto, sembra che sorgessero due templi, uno dedicato a Giunone, l’altro a Giove. Forse anche un terzo edificio sacro, consacrato a Nettuno.
Un’importanza, quella della neonata città astense, che crebbe in breve, come testimoniano la tante citazioni letterarie e non, su Asta Pompeia.
Una lapide, ad esempio, trafugata dall’imperatore Carlo V in Germania, testimoniava il transito di Giulio Cesare ad Asti, mentre le sue prelibatezze eno-gastronomiche erano celebrate da Polibio, Columella, Strabone e lo stesso Plinio il Vecchio (che tesseva le lodi anche dei calici realizzati ad Asti e Pollenzo).
Non meno Livio, esaltava la bontà dei vigneti locali, scrivendo:

I Galli scesero in Pianura padana attratti dalla bontà dei suoi vini

 

 

 

 

Guida Turistica ad Asti

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Cosa fare ad Asti

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Cosa vedere ad Asti

  • 1 Le sue Torri

Nella città ribattezzata delle “100 torri”, impossibile non partire da un qualche torrione e nel caso la scelta ricade sulla Torre Troyana o dell’orologio.
Dall’alto dei suoi 44 metri troneggia su Piazza Medici e la sua campana, se nell’ottocento fungeva per segnare ore, entrata scuole e ritirata notturna, qualche secolo prima i suoi rintocchi segnavano chiusura botteghe e addirittura pubbliche esecuzioni comminate in piazza.

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Un particolare che esalta le ampia aperture bifore alla sommità della torre.

Nella sua area basale iniziata tra 1100 e 1200, fu la famiglia Troya, espressione nella nascente ricca borghesia cittadina di banchieri subentrata all’antico patriziato di un tempo, a ultimarla con la tripla biforatura e la merlatura spiovente. Successivamente di proprietà della famiglia degli Asinari, passò poi ai duchi d’Orleans e nel 1422 Filippo Maria Visconti, come amministratore della Contea di Asti, la assegnò al Comune, divenendo torre civica e sede di molti uffici amministrativi e rimanendo tale anche con l’arrivo dei Savoia a metà 500′.
Pur  visitabile( basta la semplice Asti card) solo da Aprile a Ottobre e con un minimo sforzo, risulta di grande impatto anche dall’esterno e la sua cinquecentesca campana rappresenta la più antica ad essere ancora funzionante, nello scandire le ore.
Non meno carica di fascino la Torre Rossa o di San Secondo. Si tratta di un edificio romanico, il cui nome potrebbe derivare dal tipico rosso dei mattoni e che, a sentire la leggenda, sarebbe stato la galera che avrebbe ospitato il patrono della città, San Secondo, prima del martirio. Questo perché in una sua prima edificazione, risalirebbe addirittura al I secolo a.C. , mentre la realizzazione in tufo e mattoni risalirebbe ad un millennio dopo.
Di impianto tipicamente romano, con la sua base a 16 lati, l’edificio termina con una pregevole fascia, interrotta da mattoni e tufo, in policromia bianca e rossa. Attualmente non visitabile, all’interno cela un altarino con un’immagine marmorea di San Secondo, originariamente conservata in una cella sotterranea, oggi murata per ovvie ragioni di stabilità. Era in questo antro che, secondo un’antica leggenda, sarebbero affluite due sorgenti miracolose, nate a seguito della visita di Cristo a conforto del prossimo condannato a morte.
La demolizione di una serie di costruzioni che la “soffocavano” negli anni 30′, comunque permette anche dall’esterno di ammirarla in tutta la sua bellezza anche dalle fondamenta. Attualmente, o meglio da 700 anni svolge la funzione di campanile per l’adiacente chiesa di San Secondo.
Altra torre meritevole di uno sguardo è la Torre Comentina (anche se le ultime ricerche tenderebbero ad attribuirne la paternità alla famiglia Gardino, casanieri attivi in Savoia,Lorena e Germania) con quella dell’Orologio, l’unico torrione giunta a noi intatta.
Sita in Piazza Roma, rappresenta, con i suoi quasi 40 metri( 38,55 metri, per l’esattezza) la torre più alta della regione, e attualmente si presenta inglobata, in luogo della originaria chiesa di S. Benedetto prima e di un museo napoleonico poi, un edificio neoclassico molto più recente, il Palazzo Medici del Vascello, che pur dividendo, difficilmente non rapisce lo sguardo del passante.

  • 2 Musei e Palazzi

Varrebbero il prezzo del biglietto già solo le bellezze di  Palazzo Mazzetti, sito adibito all’organizzazione di mostre temporanee ( ultima quella di Chagall) e all’allestimento di laboratori e eventi, spesso, dedicati a scolaresche e bambini. L’edificio barocco, che si affaccia su centralissimo corso Alfieri,  probabilmente eretto nel 1300, inoltre è sede del museo e della pinacoteca cittadina.
Al livello inferiore, oltre al salto nel tempo con le dispense e la ghiacciaia di un tempo, troverete l’area archeologica,
“Souvenir m’en doit”, salendo ad accogliervi nei bellissimi saloni le collezioni cittadine, ricche, ad esempio, delle opere lignee ed in avorio del Bonzanigo, i preziosi tessuti antichi della collezione Gerbo, i tanti manufatti orientali di quella del Contrammiraglio Guglielminetti e, infine, molti affreschi della scuola piemontese di 600 e 700, gran parte della produzione dell’ottocento astigiano e di Pittatore, in particolare.
Con lo stesso biglietto cumulativo ( 8 euro il suo costo) del “percorso musei ” accesso consentito anche al Palazzo Alfieri, settecentesca residenza in stila barocco che ha visto l’omonimo poeta abitarci. Al suo interno il muso dedicato al celebre artista, con una selva di oggetti a lui appartenuti: manoscritti, cimeli personali, bastoni, il tutto accompagnato da pannelli descrittivi dell’esistenza dell’autore. Attuale se del centro studi alfieriani, cela anche un pregevole giardino interno.
Conosciuta da pochi e, purtroppo, sottovalutata da noi stessi astigiani ecco l’Arazzeria Scassa. Fulgido esempio dell’alto artigianato italiano, una rara perla di certosina capacità manuale che ci invidia il Mondo. Per comprendere dinnanzi a cosa siamo, basti pensare che si tratta di una delle due uniche arazzerie esistenti sul pianeta attualmente e sia l’unica ancora ad adottare la tecnica dell’alto liccio. Solo assistendo all’affascinante spiegazione della lavorazione si comprende l’impegno e la competenza che è dietro ad ogni singolo centimetro di lavoro, considerando che un metro quadrato di opera può richiedere anche 500 ore di lavoro.
Per visitare questo unicuum nel panorama nazionale occorre prenotare e recarsi nei dintorni di Asti,presso il la certosa di Valmanera, antico monastero ora diviso in area scolastica e laboratorio di arazzi.
Sempre con la Asticard, accesso in totale autonomia, accedendovi da via Varrone,  alla Domus Romana. Escursione di breve durata, ma non per questo trascurabile, sia per le modalità di accesso, sia per la possibilità, percorrendo un piccolo percorso sopraelevato, di farsi un’idea di una casa romana di una colonia di un tempo. Apprezzabile il mosaico pavimentale che, in seno al triclinium (sala da pranzo) decorava l’abitazione, abbellito da disegni di animali e forme geometriche,  in verde, giallo, bianco e nero. Inoltre di rilievo alcuni frammenti del perimetro murale e l’originario sistema di riscaldamento a pavimento.

 Dove mangiare ad Asti

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Dove Dormire ad Asti

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Migliori Tour enogastronomici

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